Mimosa sulla strada
Forse toccherebbe ad altri (meglio ad… altre) addentrarsi sul terreno dell’8 marzo e dintorni. Ma è il caso, probabilmente, di rompere un po’ anche i tabù a rovescio, per sentirci tutti più liberi di affrontare le questioni che stanno a cuore, a prescindere. Ed allora, bando ai luoghi comuni sulla “Giornata della donna”, senza neppure limitarci agli auguri, alla mimosa d’obbligo, alla battuta simpatica. Si tratta di guardare un po’ oltre. Di passi se ne sono fatti per le note “pari opportunità” o per le “quote rosa”. Molto resta incompiuto, inceppato, bloccato… Le cronache ce ne riferiscono, talora con enfasi o con rabbia. Bisognerà prestarvi attenzione, senza facile retorica ma con analisi mirate. In queste poche righe invece si potrebbero chiamare al pettine nodi irrisolti che faticano ad essere messi a fuoco, ma che si rivelano grovigli di sofferenza, di fatica, di disumanità. Ce li ricorda il dibattito innescatosi in “Granda” nei giorni scorsi per via della sortita della presidente della Provincia che ha rilanciato l’idea peregrina e deludente (comunque da respingere) di riaprire le “case chiuse” per legalizzare o regolamentare il tristissimo fenomeno della prostituzione. Non ritorniamo su quanto già abbiamo scritto per bocciare, a ragion veduta, una simile ipotesi al ribasso.
A margine invece merita attenzione il gesto che il prossimo 8 marzo le volontarie dell’associazione “L’Anello forte” di Magliano Alpi intendono compiere, andando a portare una mimosa alle ragazze straniere che si prostituiscono (o sono costrette a farlo) sulle nostre strade, per continuare in un’azione di prossimità portata avanti in collaborazione con l’associazione “Papa Giovanni XXIII”, che ogni settimana cerca un dialogo appunto con queste donne spesso sfruttate senza scrupoli. Una mimosa nelle mani di chi, per sopravvivere, deve vendere il proprio corpo a maschi che lo comprano per i loro capricci o le loro frustrazioni, è il segno che di strada se ne deve ancora compiere tanta per dare dignità a tutti, ed alla donna in particolare, che spesso è cacciata nei bassifondi, per indegne logiche di sopraffazione da parte di coloro che hanno i soldi per usarla. Almeno le volontarie de “L’Anello forte” dicono in che direzione occorre andare, senza nascondersi dietro troppe ipocrisie o dietro troppi proclami. Abbiamo estremo bisogno di respirare un’altra aria, scuotendoci da visioni consolidate delle cose, che danno, purtroppo, sempre come immodificabili abitudini, vizi, derive. No, si possono frenare, arginare e persino estirpare certi atteggiamenti degradanti. Nessuno immagina che di colpo si diventi un “popolo di santi”, ma che almeno non ci si rassegni sempre e solo al peggio, al perverso, al brutale, all’osceno…
La mimosa alle ragazze di strada dovrebbe toccare le coscienze di chi a parole professa la parità per uomini e donne e poi, nell’ombra delle proprie passioni inconfessate, va a infangare la dignità di una ragazza che deve vendere il proprio corpo, in condizioni di sfruttamento, faticando a non alienare se stessa. L’8 marzo deve inquietare senza scampo, su questo fronte. E non cambia molto il fatto che qualcuno pretenda di togliere dalla strada la prostituzione per mimetizzarla nelle “case chiuse”. Ciò che va azzerato è questo mercato che fa sprofondare le persone in un mare di disumanità. Utopia? Certo, se si continuerà a far finta di niente… non se ne uscirà mai. Ma quella mimosa portata sulla strada prova a dire, simbolicamente, che non ci si vuole arrendere. Insomma la “Festa della donna” cominci a trasformarsi in un percorso di riscatto, in cui ognuno cerca di fare la sua parte, perché nessuno si appiattisca sugli istinti più bassi e nessuno sia costretto ad adeguarvisi. Infatti è un bruttissimo pensiero quello che fa leva sulla rassegnazione a ciò che capita, a ciò che si è sempre fatto, a ciò che pare inevitabile. Niente è inattaccabile. Tutto si può cambiare. Una mimosa sulla strada ci ricorda che quelle ragazze hanno un’anima e non solo un corpo.
Così forse ci possono pure richiamare, queste mimose, là dove tutto si fa umanamente penoso, ad una riflessione che non può essere snobbata come bigotta (perché non lo è) su tutta quella zona scadente dell’osceno e del porno che intasa ancora pubblicazioni ed altri media. Infatti possiamo ancora dire ad alta voce che, su queste derive, si rivela una sessualità immatura, distorta, senza significato? Possiamo ancora vedervi purtroppo una pesante squalifica dell’umano? Abbiamo bisogno di voltare pagina. Magari ripartendo da una mimosa così.
CORRADO AVAGNINA
