COSA SERVE DAVVERO ALLA GIUSTIZIA

di Carlo Federico Grosso
LA STAMPA 04.10.2010



La giustizia costituisce sicuramente, oggi, una priorità. Nove milioni di processi pendenti sono davvero, come ha detto Berlusconi in Parlamento, «un macigno» che «dovremmo, tutti, voler rimuovere». In questa prospettiva era inevitabile che il tema dell’efficienza della giustizia comparisse fra i cinque punti del programma di governo.

Berlusconi, sempre in Parlamento, ha tracciato la sua linea: riforma costituzionale che consenta di ristabilire fra i poteri dello Stato un giusto equilibrio (equilibrio a suo dire turbato da un uso politico della giustizia da parte di alcuni magistrati); riforma costituzionale che assicuri parità fra difesa ed accusa nel processo penale attraverso la separazione delle carriere e la spaccatura in due del Csm; legge ordinaria che garantisca l’accelerazione dei processi; piano straordinario per lo smaltimento delle cause civili pendenti; piano carceri che consenta di ridurre il sovraffollamento. Ed ancora: attuazione della delega per la semplificazione dei riti del processo civile, aumento delle risorse per la giustizia. Davvero, tuttavia, si tratta di un progetto funzionale, destinato a garantire l’obiettivo di una giustizia penale e civile finalmente efficiente? Dimentichiamoci, per un istante, che obiettivo primario di questo governo in materia di giustizia sembra essere stato, fino ad ora, assicurare l’impunità al presidente del Consiglio attraverso un’elaborata rete di leggi personali. Dimentichiamoci, anche se è difficile, gli attacchi pronunciati ripetutamente dallo stesso presidente contro la magistratura «politicizzata» che, a suo dire, tramerebbe nell’ombra per rovesciarlo (attacchi ripetuti pesantemente ieri sera, al rientro dalle sue fatiche parlamentari, davanti ad un gruppo di seguaci plaudenti). E domandiamoci se gli interventi prospettati ufficialmente in Parlamento siano davvero idonei a tranquillizzare sul conseguimento del dichiarato obiettivo di efficienza.

La mia risposta è assolutamente negativa. Come tecnico del diritto, lette le parole pronunciate dal presidente del Consiglio, mi sono domandato quante, e quali, delle iniziative menzionate prevedano rimedi in grado di superare concretamente questa, o quella, specifica causa di ritardo senza danneggiare l’ordinata gestione dei processi. Pressoché nessuna.

Consideriamo due dei principali interventi prospettati: l’approvazione di una legge che consenta l’accelerazione dei processi, un piano straordinario per lo smaltimento delle cause civili pendenti. Sul primo versante, una legge con quale contenuto? Se si trattasse di una rivisitazione del c.d. «processo breve», che è sempre in cima all’agenda berlusconiana nonostante il veto dei finiani, l’obiezione sarebbe infatti radicale: imponendo, pena la loro estinzione, tempi rapidi precostituiti ai processi penali senza che siano state previamente assicurate le condizioni per una loro altrettanto rapida celebrazione, il risultato sarebbe l’ecatombe dei processi e pertanto la denegata giustizia generalizzata. Dalle parole del presidente non si ricava, d’altronde, l’indicazione di nessun altro progetto.

Che cosa significa, d’altro canto, «piano straordinario per lo smaltimento delle cause civili»? Significa trasferire per intero l’ammontare dei processi dalla competenza del giudice togato alla rete di una giustizia «privatizzata» allo scopo di consentire soluzioni rapide perché sbrigative? E con quali garanzie per le parti? Ancora una volta i finiani, giustamente preoccupati, hanno ammonito: «Siamo d’accordo a smaltire le cause civili pendenti, ma non saremo mai d’accordo con una legge che tolga la possibilità, anche ad un solo cittadino, di avere la giustizia che attende dal suo giudice civile». E senza l’appoggio dei finiani, come si è capito, la maggioranza non andrà lontano.

E’ giusto, d’altra parte, prevedere l’aumento delle risorse destinate alla giustizia ed ipotizzare la realizzazione di un piano carceri volto a ridurre il sovraffollamento. Peccato che il presidente del Consiglio non abbia indicato a quanto potrebbero ammontare i nuovi investimenti ed abbia dovuto ammettere che il piano carceri già in via di realizzazione non abbia, fino ad ora, assicurato grandi risultati.

Rimangono, per altro verso, le annotazioni a mio avviso più inquietanti: da un lato, la dichiarata necessità di riaffermare la supremazia della politica sulla magistratura; dall’altro, la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore. Questi temi non hanno ovviamente nulla a che vedere con la dichiarata necessità di recuperare efficienza alla macchina giudiziaria.

Con il primo si tende a ripristinare il sistema delle immunità dei politici, reso necessario, si sostiene, da un asserito uso politico della giustizia da parte dell’ordine giudiziario. La posta in gioco è, comunque, sempre la stessa: come garantire al presidente del Consiglio, pur con i paletti imposti dai finiani, di sfuggire all’epilogo naturale dei processi nei quali è coinvolto.

Con il secondo, a parole, si tende a realizzare il principio costituzionale della parità fra accusa e difesa nel processo. Sullo sfondo si profila, peraltro, ancora una volta, l’obiettivo d’indebolire le procure della Repubblica, degradando i pubblici ministeri ad avvocati dell’accusa e privandoli della gestione delle indagini, affidata, come si prevede, ad una polizia giudiziaria che raccoglie prove, decide quali indagini coltivare, con quanta rapidità, con quali mezzi.

Perché, allora, agganciarli al tema dell’efficienza, considerato assolutamente prioritario? E, più in generale, quanto davvero sta a cuore, a Berlusconi ed alla sua maggioranza, l’asserita priorità di una giustizia efficiente, e quanto, piuttosto, prioritario è l’obiettivo di coprire, proteggere, tutelare, garantire, difendere dall’esercizio dell’attività giudiziaria? E fino a che punto Fini, ed i finiani, sapranno avventurarsi lungo la strada del distacco per assicurare al Paese, come dicono, legalità e Stato di diritto?

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