QUANTO CI E' COSTATO LO SPREAD NEL 2011

La crisi dello spread con il picco negli anni 2010-11 cioè l’esplosione degli interessi sul debito pubblico italiano, è costata alle casse dello Stato 50 miliardi di euro. La cifra che rappresenta la differenza tra la spesa degli interessi nel clou dell’emergenza e quanto lo Stato avrebbe pagato per interessi  in una situazione normale. 
La stima è contenuta in una analisi realizzata centro studi ImpresaLavoro. 
Gli anni presi in considerazione sono quelli dal 2008 al 2015.
Come tutti ricorderanno nel 2011, con i tassi dei Btp decennali a rendimenti di cinque punti superiori rispetto a quello dei Bund tedeschi , il governo Berlusconi fu costretto alle dimissioni e si insediò Mario Monti.
Dopo un momento difficile, con lo spread che arrivò a quota 537,  i tassi iniziarono a scendere.
In molti in questi anni hanno cercato di spiegarci che lo spread non contava nulla e che era solo una invenzione per confondere le acque.
Ciò che da questo studio appare evidente è che la crescita dello spread  ci avrebbe portato a picco, se Mario Draghi non avesse proposto e ottenuto il Fondo salva Stati annunciando che la Bce avrebbe fatto «tutto il necessario» per salvare 1’euro, e se non si fossero messe in campo le riforme varate dai Governi Monti, Letta e Renzi.
Cinquanta miliardi sono stati la misura della sfiducia degli investitori internazionali nei confronti dell’Italia.
Una riedizione di quanto avvenuto nel 2011 è stata sin qui scongiurata,  ma l’alto debito pubblico del nostro paese ci espone costantemente al rischio di turbolenze dei mercati finanziari, con costi che rischiano di essere molto alti, come dallo studio si evince.
L’unico modo per archiviare definitivamente questa debolezza è rimettere in ordine i nostri conti pubblici.
Ovviamente, il valore di 50 miliardi di euro si deve considerare con estrema cautela per una due ordini di ragioni, perché la stima  dell’impatto sull’insieme dei titoli di Stato per quanto efficace sia,  rappresenta comunque una semplificazione,  ed  è comunque una forzatura,  e secondo perché  non necessariamente la valutazione dei risparmi su uno specifico titolo, per quanto rappresentativo, può essere applicata anche sugli altri titoli in circolazione.
Il punto però è un altro. Questo lavoro fa una prima, per quanto approssimata, stima del costo effettivo della crisi dei debito che ha investito il nostro Paese fra il 2011 e il 2012. 
Come specifica un recente studio della Banca d’Italia, la causa principale della tensione sullo spread riguardava il merito di credito . Questo significa che al di là della situazione contingente, l’aumento vertiginoso dello spread originava da condizioni di instabilità interne, che si trasferivano sugli investitori in termini di incertezza sulla capacità del governo di onorare completamente i propri debiti, incertezza che sui mercati finanziari si misura con la variazione dei rendimenti: maggiore è l’incertezza che annebbia la valutazione sulla solidità di un debitore,  più alto è l’interesse che la comunità degli investitori chiederà per essere disponibile a finanziarlo. 
In sostanza, la crisi dello spread è stata una crisi di percezione della solidità del nostro Paese.
Si può discutere delle ragioni alla base di questa percezione, il punto è che, a differenza di Paesi percepiti come più solidi, i nostri finanziatori ci hanno chiesto un premio per finanziarci in questi anni che potrebbe quantificarsi nell’ordine dei 50 miliardi di €, circa 3 punti percentuali di PIL, una cifra ragguardevole alla luce dei limiti di spesa sempre più stringenti a cui devono attenersi i Governi in carica.
Si può discutere  della  precisione della valutazione, e sono ovviamente benvenute altre stime, ma credo sia importante fornire ai cittadini uno strumento per la  valutazione delle politiche e delle scelte di Governo in un Paese che ha sfondato il 130% nel rapporto debito-PIL. 

Buona lettura.

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