WE WORLD INDEX 2017

Nel mondo tra permangono enormi ed inaccettabili squilibri socioeconomici, e anche nei Paesi più sviluppati dove, a differenza di Paesi come l’Africa Sub-Sahariana e l’Asia Meridionale, sono garantiti i diritti fondamentali in ambito educativo sociale, politico e sanitario, una effettiva parità tra uomini e donne è ancora lontana. 
Anche nei paesi occidentali ed europei in particolare, tra cui l’Italia, sono necessari interventi per superare squilibri ancora esistenti tra aree territoriali e in termini di opportunità e di diritti per le donne.

Per questo il WeWorld Index , che nella sua versione 2017 è stato presentato nei giorni scorsi, è uno strumento importante perché permette di misurare l’inclusione di bambini, bambine, adolescenti e donne nel mondo superando la lettura troppe volte superficiale di questi fenomeni, grazie all’ampia serie di indicatori analizzati e all’ancor più ricca varietà di interviste e testimonianze raccolte, sulla situazione di milioni e milioni di bambine, bambini, adolescenti e donne che sono esclusi dalla possibilità di vivere in un ambiente sano, ricco di opportunità formative, economiche e sociali, sicuro e al riparo dalla violenza e dalla corruzione, aperto al pluralismo e alla parità di opportunità tra uomini e donne. 
Nel mondo il 38% di donne, bambine e bambini, pari a circa 2 miliardi di persone, vivono in paesi con un grave o gravissimo livello di esclusione, che incide sulla qualità della loro vita dal punto di vista economico, sociale, lavorativo, educativo e non solo. Complessivamente questi paesi sono 102 e fanno parte di una classifica di 170 stati, in cui l'Italia si posiziona al 21° posto.
La classifica è basata su 34 indicatori e che ha coinvolto 21 esperti nella stesura del rapporto e nell'analisi dei dati emersi, tutti concordi nel dichiarare che il progresso di un paese si deve misurare non solo attraverso dati economici, ma analizzando anche le condizioni di vita dei soggetti più a rischio di esclusione come le bambine, i bambini e le donne. 
Con il termine “inclusione” – ed esclusione per contrasto - entrato nell’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030  si intende quindi un concetto multidimensionale, che non riguarda solo la sfera economica, ma tutte le dimensioni del sociale: sanitaria, educativa, lavorativa, culturale, politica, informativa, di sicurezza, ambientale.
Le persone, 1 su 3, che vivono in paesi con un livello di inclusione insufficiente o di esclusione grave o gravissima tra il 2016 e il 2017 sono aumentate di 22 milioni (pari a mezzo punto percentuale). 
Al contrario, solo il 5% delle donne e della popolazione under 18 vive in Paesi dove la loro inclusione è considerata buona.
A dominare la classifica del 2017 è la Norvegia (e in generale i Paesi del Nord Europa) con 114 punti.
Fanalino di coda si conferma la Repubblica Centrafricana con un valore negativo di -151 punti. In generale l'Africa sub-sahariana, insieme all'Asia meridionale, continuano ad essere le aree geografiche più critiche.
L’Italia, invece, è al 21° posto in classifica e rientra nel gruppo dei paesi con un livello di inclusione sufficiente. Analizzando la classifica in base ai differenti indicatori utilizzati, il rapporto offre anche un quadro dei settori in cui le fasce di popolazione considerate sono più a rischio. 
In Italia, ad esempio, la condizione delle donne è pressoché statica rispetto all'anno passato ma permangono ancora forti disuguaglianze nella sfera economica e, in particolare, nell'ambito lavorativo e salariale. 
Tra gli indicatori riguardanti i bambini, invece, sempre in Italia, peggiorano quelli relativi alla sfera educativa.
La salute materno-infantile, soprattutto dell'Africa sub-sahariana, viene ritenuta tra gli ambiti più urgenti sui quali intervenire. Secondo il rapporto, infatti, ogni giorno nel mondo 830 donne muoiono per cause legate al parto e alla gravidanza che però, nella maggior parte dei casi potrebbero essere prevenute con semplici screening prenatali. 
Nel 2015 circa 6 milioni di bambini e bambine sono morti per cause prevedibili o facilmente risolvibili, quali nascita prematura, polmonite, complicazioni nel parto, diarrea.
La riduzione della mortalità materna e infantile può avere un grande impatto anche in termini economici: come confermato da altri studi, infatti, 1 dollaro investito in interventi per la nutrizione delle donne in gravidanza e per i bambini ha un ritorno economico di 16 dollari.

In allegato il rapporto 2017


  Vedi allegato 1

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